mercoledì 21 settembre 2011

CALATANIXECTA SERVANDA EST

CALATANIXECTA
SERVANDA EST
(Caltanissetta deve essere salvata)

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MULINO- PASTIFICIO F.LLI SALVATI:
IL PRIMO E … L’ULTIMO
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QUANDO CALTANISSETTA……….
SI AVVIAVA AD DIVENERE CITTA’ INDUSTRIALE,
COME ACCADEVA IN TUTTO IL REGNO DELLE DUE SICILIE, ADOTTANDO TUTTE LE INNOVAZIONI TECNOLOGICHE DEL TEMPO.
PREMESSE QUESTE AVVIATE CON SUCCESSO IN PERIODO BORBONICO E………ANDATE AVANTI PER FORZA D’INERZIA … E  MAN MANO SCEMATE CON L’UNITA’ D’ITALIA ……. FINO……… A SPARIRE DEL TUTTO CON LA REPUBBLICA
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Giuseppe Saggio
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PREMESSA
Alla notizia della demolizione dell’ex Mulino Salvati o di parte di esso, mi rimbombava nella mente la famosa frase studiata a scuola, relativa alla storia di Roma, quando Marco Porcio Catone, passato alla storia come Catone il Censore, in  ogni suo sermone al Senato, come in un ritornello, un leitmotiv, di qualsiasi argomento trattasse, finiva, sempre, con questa esortazione: Ceterum censeo Carthaginem esse delendam  "Inoltre ritengo che Cartagine debba essere distrutta".
Così, la storica frase Carthago delenda est, abbreviato in Delenda Carthago "Cartagine dev’essere distrutta o Bisogna distruggere Cartagine" molti la ripetono parafrasandola:
 Calatanixecta delenda est o delenda Calatanixecta Caltanissetta deve essere distrutta o bisogna distruggere Caltanissetta
Ogni giorno un pezzo di storia viene distrutto sotto l’occhio distratto di tutti, forse ce ne stiamo accorgendo troppo tardi. Comunque è vero questa è la città delle persone che cercano di distruggere invece di creare……...
 Amara considerazione !!
Non dobbiamo considerare Caltanissetta solo il luogo natio per poi emigrare verso altri lidi dove trovare tutto ciò che si ritiene non ti possa dare (il necessario e dovuto lavoro, servizi, divertimenti, ecc).
Il  pensiero comune è quello di credere che questa città non ci possa dare quanto detto, ma che in passato dava in abbondanza, la patria dei nostri padri, dei nostri nonni, della nostra stirpe.
L’identità di un luogo è l’idea che sorge su quel territorio, e che poteva sorgere solo lì ed è questo che è differente da qualsiasi altro luogo.
Differente ma non migliore o superiore, l’identità va al di là delle speculazioni politiche, è un sentimento d’amore che lega tutti quelli che lo condividono, dovunque essi siano residenti, domiciliati, e che in essa si riconoscono.
I nisseni, o meglio buona parte di essi, sono diventati  il sud del sud, cioè coloro ai quali vengono calpestati i diritti primari, e non si ribellano.
Al Sud ci sono quei "popoli senza storia", come li chiamò Hegel, e fra essi ci sono, purtroppo inseriti anche i nisseni, che sembrano volere tagliare le proprie radici, eliminando qualsiasi riferimento geografico identificativo.
 Caltanissetta è una città dove:
 c'è  ricchezza che non sappiamo o vogliamo sfruttare, dove crediamo che l’unico sviluppo sia l’edilizia, e continuiamo a costruire; statisticamente c’è un’altissima percentuale di vani vuoti, non solo nel centro storico, ma soprattutto nelle prime periferie;
 le maestranze, generalmente, sono ad alto costo ma di bassa qualità, (tanto che vengono maggiormente utilizzate dai cittadini quelle dei paesi vicini);
 si accentuano le antiche miserie.
Considerato che al Sud c'è una matrice culturale secolare e una fede che non è solo quella nel progresso, bisogna tendere a definire una nissenità non solo dal punto di vista etnico, ma soprattutto da quello storico e politico, ricostruendo una memoria storica di base, ormai perduta o quasi, per realizzare una nuova coscienza civica:
Pensiamo invece di dire Calatanixetta servanda est- Caltanissetta deve essere salvata.
Con il significato più intimo di riscopre e amare Caltanissetta, la sua storia con le sue radici.
Uno storico canto popolare, che ognuno adeguava secondo la propria categoria, dove emerge la vivacità di “quella città” malgrado le sofferenze che recava, così  recitava:
testo                                              traduzione dell'autore
Cartanissetta fa quattru quartera              Caltanissetta è divisa in quattro quartieri.
La megliu giovintù li surfarara                  La  gioventù migliore è rappresentata 
                                                                           dagli  zolfatai (più prestanti)
La duminica su tutti ccu dinari                  La domenica tutti se vanno in giro con  
                                                                           i soldi (per divertirsi)
A lu luni ‘nta pirrera hann’’a calari             Mentre il lunedì quando debbono 
                                                                           scendere  in miniera
Cc’un tintu pani e ‘na trista lumera            Con un tozzo di pane e alla fioca luce di 
                                                                                   una lanterna
Ah tutta la simanedda hann’’a passari.       Debbono passare l’intera settimana


ELEMENTI E RIFERIMENTI CONOSCITIVI


Il complesso denominato ex Mulino Salvati si trova tra le vie Sallemi, Salvati, Montedoro  e cortili interni con accesso da via Kennedy, identificato al F. 120 part 108 ed altre, 230, 231; la part. 60 è la parte, oggi a quota più bassa, e le partt. 153, 109,365, 357, rappresentano la parte libera compresa dalla solo part 108 mentre le partt. 152, 263, 264, 265, 266  rappresentavano la corte interna, in seguito queste particelle sono state recintate e la part. 264 è stata costruita, dopo la chiusura del mulino ostruendo in parte il capannone centrale identificato con la part. 231, anche parte della part. 230 è stata ampliata. Parti delle partt. 264 e 285 sono state utilizzate per realizzare la nuova rampa di collegamento con via Montedoro.

La presente esposizione prende spunto, oltre che dagli studi già in corso da tempo,  dagli articoli firmati  da Walter  Guttadauria e pubblicati nella Sicilia dai titoli  “Ricordo delle fabbriche locali che dall’800 in poi si alternarono nella lavorazione del prodotto, facendo sì che si affermasse anche fuori come fu il caso della Piedigrotta”, del 29 marzo 2009 e “Addio ai «resti» del mulino Salvati” del 10 settembre 2011, dove si chiede alla Soprintendenza di fermare le ruspe, e dalla nota del consigliere Nazionale di Italia Nostra arch. Leandro Iannì  apparsa sulla Sicilia del 15 settembre 2011..
L'edificio risulta  inserito (al n. 18) nella "Carta di qualità” stilata tra il 1980 - 81 dal prof. Giuseppe Gangemi dell’Università di Palermo, e depositata presso la Soprintendenza ai Beni Culturali ed Ambientale ed Identità Siciliana di Caltanissetta è classificato come edificio con caratteristiche ambientali e che, quindi l'opera, deve essere conservata, recuperata, e pertanto mantenuta.  
Il prof. G. Gangemi ha redatto, utilizzando i fogli catastali, una carta di qualità dell’intero abitato di Caltanissetta, classificando gli edifici, secondo le caratteristiche in quattro  gruppi e contraddistinguendoli  in colori:
-          rosso            per gli edifici con caratteristiche monumentali;
-         arancio         per gli edifici con caratteristiche  di pregio                           ambientali;
queste due categorie prevedono la conservazione
-          giallo            per gli edifici privi di valore (case comuni)
-          azzurro         per gli edifici di nuova costruzione
per questi  due categorie è possibile la sostituzione.
Nel 1990 la Soprintendenza di Caltanissetta ha proceduto ad un aggiornamento della predetta carta di qualità aggiungendo un nuovo colore il viola per indicare quegli edifici monumentali o ambientali che avevano subito variazioni architettoniche, comunque da salvaguardare.
Queste classificazione, con le relative prescrizioni, sono state approvate e adottati dal Consiglio Comunale  con prott. n 80 e 81 del 11/ 07/ '91
purtroppo queste indicazioni non sono sempre state osservate dall’U.T.C.
Il complesso:
-          è il primo esempio di mulino a vapore della città, e uno dei primi della Sicilia;
-          è l’ultimo esempio di struttura di questo tipo rimasto in città, dopo la demolizione degli altri (Tortorici, Piedigrotta, Sole, ecc);
-          conserva una struttura databile tra il XII e il XVI sec, come documentato da una finestra ad arco ogivale,  dalle celle per i colombi anch’essi di forma ogivale,  muratura a colombage, (unicum in Sicilia).
-          l’abitazione di uno dei proprietari, è stata sede del primo gabinetto elettro-fototerapico e il primo studio di radiologia della città.
-          per analogie stilistica compositive, specialmente per quanto riguarda la recinzione a valle e la finitura del prospetto (come si evince dalla foto storica in bianco e nero dei primi del ‘900), può essere attribuita agli architetti comunale Agostino Lo Piano, o Alfonso Barbera, che esercitano nel periodo della costruzione, o alla loro scuola, in quanto ricalca in modo inequivocabile nei particolari stilistici, altri suoi lavori.
-          presenta ancora la recinzione originaria con inferriate comprese tra pilastri in pietra calcarea bianca ricavata delle puntare vicine, che ricorda quella di Villa Amedeo, realizzata da suo padre Gaetano Lo Piano; la soluzione di finitura a fasce alternate di colore diverso (bianco e rosso) (come si evince dalla foto storica in bianco e nero dei primi del ‘900), come la colombaia di villa Amedeo e la casa del custode di villa Cordova, con la stessa tipologia della coperture in stile toscano. Stile questo diffuso ovunque dopo l’unità d’Italia quale  elemento unificante.   
-           
CENNI STORICI
Via Sallemi
Il toponimo Sallemi, non si riferisce al paese del trapanese, come qualcuno continua ad asserire, considerato che è già ricorrente nei documenti storici dal XV sec. abbiano questo nome, pertanto il nome deve far riferimento a qualche altra cosa:
sicuramente il nome è di origine araba, anche se facciamo riferimento al nome saddemi  (che non è Sallemi in siciliano) che è il nome popolare e che troviamo riferito nel libretto di  N. Diliberto, “Apparizione di S. Michele Arcangelo in Licata ed in Caltanissetta (1624-25) pubblicato il 1876 – nota 7 pag. 44.-
pertanto Saddemi potrebbe far riferimento a Saddām che significa intrepido, potrebbe anche essere sottintesa, come spesso accade nella lingua araba, la parola ibn "figlio", e in questo caso, sarebbe figlio di Saddām.
Riferimento che induce a pensare che  in questo luogo doveva essersi  qualche cosa di proprietà del Saddam o di di suo figlio.
Altra ipotesi invece alla parola Sallemi potrebbe essere quella di far riferimento al significato classico di   salām "سلام ", che in arabo significa "pace", essendo la radice semitica s-l-m legata al significato di "salvezza, salute, pace".
L'espressione forse più conosciuta nei paesi non-arabofoni è as-salām ‘alaykum ("la pace sia su di voi"), che è il saluto che ogni musulmano rivolge, ricevendo in risposta wa ‘alaykum as-salām("e con voi la pace"). Inoltre l'espressione ma‘a as-salāma ("مع السلامة"), che ha lo stesso significato di arrivederci, viene tradotta "con [te] la salute".
Quindi il nome Sallemi  potrebbe avere il significato di “Salam” cioè luogo salubre e sicuro, o tratto dalla parola  “Salem” dal significato di pace. Quindi un saluto di benvenuto  a chi arrivava in città o di commiato a chi la  lasciava.

Questa zona caratterizzata da grosse puntare di pietra calcare bianca, utilizzate come cave,(ancora visibili tra la chiesa di S. Michele fin sopra via Aretusa, ), e proprio per queste caratteristiche la zona era chiamata genericamente “Carcari” (calcare –fornaci che servivano alla trasformazione del calcare in calce), da piccole incisioni formate da i torrentelli che scendevano verso valle e affluivano al torrente detto delle Grazie.
 la valle formata da questo torrente, e stata storicamente e soprattutto nel Medo Evo luogo di transito, accoglienza di pellegrini, stranieri e spiriti liberi, un posto ideale per nascondersi,
Le difficolà di accesso ed asprezza del territorio, nel X  XI sec. hanno rappresentato un grave ostacolo allo sviluppo economico della valle, determinandone un notevole spopolamento ed abbandono.
Viceversa proprio a causa dell’isolamento la natura si è mantenuta più che altrove intatta e selvaggia.
Una valle diversa quindi, dove il silenzio e la quiete lasciano ampio spazio alla meditazione, abbondanti pascoli, particolarità geologiche, maestose rocce, un paesaggio di altissimo valore ambientale, dove l’uomo da sempre è vissuto in armonia con la natura, nonostante le difficoltà della vita
Tutte le epoche hanno lasciato documenti significativi di storia e arte. Dalla … alla.
Un capitolo molto importante rappresentato dall’architettura rustica, che evidenzia forme tipiche risultanti da influenze culturali mediterranee, siculi, romane, normanne ecc.
In valle l’esigenza di integrare i bassi redditi delle attività agro pastorali ha generato singolari mestieri itineranti, particolari questi
La valle ha la forma e il pregio di essere predisposta a numerose vocazioni: ambientale, storico, culturale. In questo territorio era possibile praticare attività all’aria aperta immersi nella natura
Le rocce erano solcate da una fitta rete di sentieri, antiche strade mulattiere e piste tra queste la Trazzera per Palermo che si dipartiva, dopo aver scavalcato il torrente delle Grazie, e proseguiva lungo quella che oggi è via Sallemi,  fiancheggiata da puntare e grotte  (tombe … centimoli- una delle quali nella parte iniziale trasformata in chiesa “Madonna della Rosa”, (che si vede indicata nelle planimetrie allegate) che si trovava alle spalle dell’attuale rivendita di tabacchi), risaliva il tracciato del torrente (via Aretusa) e proseguiva per l’attuale via Verga fino a Palmintelli e alla chiesa di S. Petronilla, (tratto questo da via Catania a S Petronilla pieno di tombe rase al suole per la speculazione edilizia degli anni ‘60, l’ultima testimonianza era rappresentata dall’ultimo residuo di un costone roccioso (puntara)   nei pressi della chiesa di San Michele, dove vi sono scavate nella roccia le tombe; mentre l’ultima tomba a camera, avanzo della puntara spianata per costruire i palazzi prospicienti  v.le Trieste, e via G. B. De Cosmi, è stata rasa al suolo recentemente per consentire l’accesso alla nuova chiesa di S. Pietro), proseguiva  verso  il borgo di S. Filippo Neri (dove sotto la chiesa si trovano le grotte già utilizzate come locali della Posta e locali per la quarantena durante il colera del 1837 – delibera  del 2 agosto 1837 . A.St. C., b. 897) ) e scendeva a valle dove, guadando il torrente risaliva e si incrociava con le trazzere da s. Cataldo e da S. Spirito, attraversava il bosco di Mimiani e proseguiva per Balate-Valle Oscura, Castellazzo, Mestrato (Marianopoli), per continuare per Palermo.


EX MULINO SALVATI
 L’ex Mulino-Pastificio fu realizzato nel 1866, dai  F.lli  Francesco e Luigi Salvati (di origine campana, provenienti quindi dalla "patria" della pasta italiana) che, trasferitisi a Caltanissetta, costruiscono qui, sostanzialmente il primo mulino a vapore .
Il Mulino fu realizzato lungo quella che era stata la trazzera per Palermo  (quella che nelle vecchie carte catastali è identificata come strada di San Michele e strada vicinale Palmintelli, le attuali via Sallemi e via Aretusa) posta a mezzacosta, si snodava tra le puntare a monte e il torrente a valle (fino al completamento, nella seconda metà del XIX sec., della nuova strada consolare, con il   taglio in trincea di via Palmintelli -oggi v. Rosso di San Secondo).

Il nuovo complesso edilizio, fu quindi costruito a cavallo delle due sponde dell’asta torrentizia, affluente del torrente delle Grazie, e a ridosso della fontana-abbeveratoio della quale parla Luciano Aurelio Barrile  nel suo "Ragioni a Pro della Reintegrazione della Città di Caltanissetta al Sagro Regio Demanio del Regno di Sicilia" Napoli 1756: “ Fontane, oltre di quella che sta nella gran Piazza se ne veggono delle altre: vi è quella sopra la  Vicaria , altra vicino a S. Francesco, altra nuova nello Stradone delle Albergarie; e due fuori della Città, la prima di là del Convento della Grazia, in un luogo detto di Sallemi con  pubblico  lavatojo,  ed  altra sotto li Cappuccini.,

Questo opificio rappresenta il primo  esempio imprenditoriale, in quanto un precedente tentativo di mulino a vapore, costruito sul torrente Grazia “vicino il ponte S. Lucia”, -Delibera n. 96 del 1856 luglio 13 per la costruzione di un molino a vapore; (A.S.CL – A.S.Comune CL –Decur. Del.–busta 819), non ebbe molta fortuna e presto smise l’attività rimanendo in abbandono (luogo questo dove nei primi del ‘900 verrà costruito quello che sarà il Mulino Sole).


Fine prima parte      Continua…..

5 commenti:

claudio giordano ha detto...

Complimenti vivissimi, l'esposizione, la narrazione e la conoscenza storica, infondono realmente il senso della capacità espressiva dell'autore. Credo che su questo blog, avremo la possibilità di arricchire le conoscenze culturali storiche e paesagggistiche della nostra città, che, certamente da oggi, vivremo ed ameremo in modo unico e diverso.
Claudio Giordano

Giuseppe Cancemi ha detto...

Le conoscenze che ha raccolto l’autore su questo blog, su un edificio che ci riporta al XIX secolo, non poteva essere migliore celebrazione dei 150 anni dell’Unità d’Italia. Una celebrazione che ci ricorda Garibaldi fermato dal governo nella sua marcia su Trento a cui rispose con la celebre frase: “obbedisco” e
Caltanissetta già città industriale prevalentemente mineraria ma con un suo sviluppo di respiro europeo. Nel campo urbanistico ricordiamo: viale regina Margherita e villa Isabella, mentre nel campo scientifico proprio il sito “Salvati” vede nascere le prime applicazioni su energia termica ed energia elettrica.
Giuseppe Cancemi

Anonimo ha detto...

Le parole e le cose, si sa, possono divorziare. Per questo, in quel paese senza memoria, Macondo di Cent´anni di solitudine, Aureliano Buendia «con uno stecco segnò ogni cosa col suo nome”.
Viveva in una stanza dove «sul comodino c’è scritto COMODINO, sulla lampada c’è la parola LAMPADA, sul muro c’è una striscia di nastro con scritto MURO».
Stiamo parlando di oggetti, di cose. Più facile ancora è la perdita di memoria se si tratta di concetti, di termini astratti. Per esempio, i principi della Costituzione.
Prima al mondo, la nostra Costituzione pose la tutela dei beni culturali e del paesaggio fra i principi fondamentali dello Stato. Perciò l´art. 9 («La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione») è connesso allo sviluppo della cultura e della ricerca scientifica e tecnica, e più in generale al «pieno sviluppo della persona umana» (art. 3).
Ma, come a Macondo, anche nel tuo Paese, caro Architetto, qualcuno lo ha dimenticato.
Mi chiedo perché, nonostante nel mondo tutto sembri muoversi abbastanza velocemente, lanciando segnali di cambiamenti in alcuni casi epocali, in Italia e soprattutto in Sicilia, al contrario, viviamo la sensazione costante di un immobilismo che ci fa sembrare di non essere neppure parte del mondo.
Se c’era bisogno di una prova per dimostrare il completo fallimento del modo in auge d’intendere la gestione dei Beni Culturali, ebbene eccolo: è proprio nei fatti e nei risultati dell’operare di “alcuni” (ahinoi! addetti ai lavori), i quali continuano incuranti dell’Art.9 della Costituzione. Ma la cosa che ritengo ancor più grave è che, sempre loro, (gli addetti ai lavori) dimostrano con il loro operare che l’origine del furto sociale non è tanto la proprietà privata quanto l’esproprio e l’imposizione gerarchica della gestione dei Beni Collettivi.
La Sicilia è il paese degli scenari architettonici che tutto il mondo ci invidia, ma è anche e soprattutto il palcoscenico dove si è raccontata quotidianamente la costruzione della nostra società civile. Ogni paese è luogo dove si sono rappresentati, dall’Unità in poi, i riti di una tradizione civile; gli scorci, i cortili, le piazze sono diventati “agorà della memoria” e i monumenti in essi ospitati “altari” laici, sui quali si sono formate intere generazioni di cittadini.
Il problema della demolizione dell’ex Mulino Salvati, a Caltanissetta, va ben oltre l’aspetto urbanistico e architettonico e investe direttamente il difficile equilibrio tra la città e la sua memoria.
Ora, senza voler entrare nei dettagli sulle responsabilità di noncuranza del monumento, c’è da evidenziare che quest’ultimo non può prescindere dalla storia recente che evoca questo luogo. Pertanto sarebbe opportuno che con te in testa, Architetto, la città reagisse all’oblio della propria memoria, che le forze sociali e politiche si facessero interpreti di un atto di coraggio e cogliessero questa occasione per dare un segnale forte e di esempio a coloro che continuano ad oltraggiare ed ignorare l’Art. 9 della nostra Costituzione.

P.S. In bocca al lupo, Architetto, e complimenti per l’impegno civile.

Laura Carracchia

turi scuto ha detto...

i sebra una lettura eseplare di un brano di città che, in pochissima spazio, racchiude una serie di memorie così coplesse da assurgere a veri e propri "valori". E in questo senso, eritevoli di conservazione e tutela. Si tratta, in buona sostanza, di uno degli accessi storici alla città: caratterizzato da una morfologia accidentata che ricomprende la collina e il vallone. Poi il ponte; poi il mulino posto di traverso sul vallone ed in diretto rapporto visivo col vicino complesso di san Michele. Insomma, un luogo che conserva ancora le tracce della lunga frequentazione e delle numerose trasformazioni di questo peculiare brano di città.
La deolizione di quel che resta del mulino cancellerà un capitolo della storia di Caltanissetta: contenti voi...
meno male che l'attenta ricostruzione di Peppe Saggio, quanto meno,consente di conservare emoria di quanto scienteente (scioccamente) distruggiamo.
Mi verrebbe da dire: "per qualche dollaro in più..."

Anonimo ha detto...

Grande Architetto, finalmente un po' di cultura e sopratutto un po' di verita' sulla storia della nostra citta'

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